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Il Lazzaretto di Milano: la sua storia racconta la battaglia contro la peste e la strada verso la comprensione dei meccanismi di contagio di questa malattia che a più riprese si è abbattuta a più riprese sulla città di Milano. La costruzione del Lazzaretto fu infatti provvidenziale a fronte delle grandi epidemie che colpirono Milano: nel 1451 (epidemia magna), nel 1524 (peste di Carlo V), nel 1576 (peste di San Carlo) e nel 1629 peste “manufatta” (peste dei Promessi Sposi).

  1. Milano e la peste
  2. Si inizia a edificare
  3. Origine del nome
  4. La struttura
  5. La peste del 1630
  6. Il destino del lazzaretto
  7. I resti del lazzaretto
  8. Il lazzaretto nei Promessi Sposi

MILANO E LA PESTE

L’ondata di peste del 1348 rappresentò un momento topico nella battaglia contro questa terribile malattia: infatti grazie alle severissime misure di prevenzione applicate in città da Luchino Visconti, Milano ne uscì quasi indenne. La misura più efficace risultò essere l’isolamento dei lebbrosi in strutture idonee, riservando gli ospedali per gli altri malati. Proprio facendo tesoro di queste misure adottate per limitare i contagi, si iniziò a porre in risalto il carattere contagioso della peste, un aspetto della malattia fino a quel momento quasi del tutto ignorato dalla scienza medica, con la conseguente necessità di riservare un apposito ospedale per gli appestati, lontano dal centro abitato e sistemato in modo da evitare che l’aria “corrotta” raggiungesse la popolazione sana. Durante la peste del 1451 si ricorse al piazzale del castello di Cusago, allora raggiungibile con le barche da Milano ma tale soluzione non era ottimale, sia per questioni logistiche che di scarsità di spazio. Di conseguenza fu sottoposto al duca Galeazzo Maria Sforza un progetto ritenuto più idoneo promosso dal notaio dell’Ospedale Maggiore, Lazzaro Cairati che si ispirò ai disegni della Ca’ Granda di Filarete propose uno spazio quadrato con 200 camere. Purtroppo, sebbene l’idea fosse buona, l’area designata non lo era altrettanto essendo situata presso Crescenzago, troppo distante per un trasporto agevole dei. Il progetto fu quindi accantonato e si dovettero aspettare 20 anni prima di riprenderlo in mano.

SI INIZIA A EDIFICARE

Correva l’anno 1486 e l’ospedale Maggiore ricevette un cospicuo lascito testamentario da parte del conte Galeotto Bevilacqua: beni e terreni che per disposizioni sarebbero dovuti servire per la costruzione di un lazzaretto in zona San Gregorio, dalle parti di Lambrate. Purtroppo la zona ricevette parere negativo dalla commissione medica ma si raggiunse un compromesso con le volontà del defunto: si cambiò zona di destinazione, una vasta area fuori Porta Orientale di proprietà dell’abbazia di San Dionigi che venne nominata San Gregorio nuovo. A capo del progetto fu nominato Lazzaro Palazzi che, sebbene ufficialmente indicato come architetto, essendo analfabeta difficilmente avrebbe potuto essere l’autore di un’opera così raffinata stilisticamente: molto più probabilmente si trattava dell’impresario edile incaricato dei lavori. Venne quindi ripreso il piano era quello di Cairati, che prevedeva un ampio quadrilatero a porticati, di stile chiaramente bramantesco. Qui le notizie storiche diventano lacunose poiché non si sa con certezza se effettivamente Bramante possa aver contribuito al progetto. La posa della prima pietra avvenne nel 1488 e i lavori si protrassero per i successivi 20 anni, con inevitabili cambiamenti occorsi nel corso di questo arco temporale. Infatti l’autorità cittadine cadde in mano ai francesi mentre in seguito alla morte di Palazzi a dirigere il progetto subentrò Bartolomeo Cozzi. Il lazzaretto venne ultimato nel 1513 e tra il 1520 e il 1560 fu eretta, al centro del quadrilatero, una piccola chiesa intitolata a Santa Maria della Carità.

ORIGINE DEL NOME

Contrariamente a quanto si possa pensare, il nome Lazzaretto non è omaggio al progettista dell’opera ma deriva dall’isola veneziana di Santa Maria di Nazareth dove, per la prima volta nella storia, per isolare i malati contagiosi venne costruito un ospedale chiamato volgarmente “nazarethum” poi volgarizzato in “lazarethum” per assonanza con il nome più famoso Lazzaro dei Vangeli. Da allora anche in altre città, compresa Milano, questo tipo di ricoveri prenderanno lo stesso nome.

LA STRUTTURA

All’inaugurazione il Lazzaretto venne salutato come la quinta meraviglia di Milano e non c’è da stupirsi data la maestosità dell’opera. L’intera struttura si estendeva infatti su un’area di 150.000 metri quadrati che andava a comprendendo tutta l’area inclusa tra le attuali via Lazzaretto, corso San Gregorio, corso Buenos Aires e viale Vittorio Veneto. Restando fedele al progetto originario, il lazzaretto era dotato di un porticato interno ed era separato della città da un fossato, accessibile tramite ponte levatoio e riempito dalle acque della roggia di San Gregorio. Nella parte posteriore della struttura si apriva invece un secondo ingresso che permetteva il passaggio alla chiesa e al cimitero di San Gregorio. La struttura su quattro lati era stata progettata per rispecchiare la progressione della malattia in quanto ognuno di essi era destinato a pazienti in vari stadi del contagio: dai semplici sospetti, agli infetti conclamati fino ai moribondi e gli eventuali convalescenti. Le camere erano 288: 280 destinate agli infermi e le altre 8 (4 agli angoli e 4 ai due ingressi) erano destinate ai servizi. Ogni camera era attrezzata di camino con comignolo esterno e servizio igienico. Le porte delle celle, dotate di uno spioncino protetto da una grata, davano sul porticato e di notte venivano sprangate dall’esterno con un catenaccio, per evitare le fughe. Sul muro opposto alla porta della cella, si apriva una finestra verso l’esterno, chiusa anch’essa da un’inferriata. Il lazzaretto aprì le sue porte con la pandemia del 1524 dopodiché venne chiuso per riaprire a seguito di una nuova ondata nel 1576. Terminata questa ondata di peste San Carlo fece sostituire la piccola chiesa con un oratorio: progettato da Pellegrini, a pianta ottagonale, con un altare al centro e privo di pareti in modo che anche i malati impossibilitati a muoversi potessero seguire le funzioni dalle loro camere. Il tetto poggiava direttamente su colonne e pilastri.

LA PESTE DEL 1630

L’ultima ondata di peste Il lazzaretto diede ricovero a una quantità di malati decisamente superiore alla sua capienza: il giardino fu destinato a ospitare baracche e tende di emergenza, che arrivarono ad accogliere diecimila malati di ogni estrazione sociale. Inoltre alcune stanze furono adibite a stalle per le capre, il cui latte era destinato all’alimentazione dei neonati rimasti senza madre. In quell’inferno la direzione del lazzaretto era nelle mani dell’instancabile padre Felice Casati, dell’ordine dei Cappuccini che provvide con ogni mezzo a nutrire i ricoverati e a reperire i mezzi di trasporto per seppellire i cadaveri o far uscire i convalescenti.

IL DESTINO DEL LAZZARETTO

Al termine della peste del 1629, il Lazzaretto venne sgombrato e dal 1633 riconsegnato alla direzione dell’Ospedale Maggiore. Da quel momento il suo destino era segnato, subendo una lunga serie di cambi di destinazione: fu riconvertito in ospedale per soldati prigionieri, in panificio militare, caserma e ospizio di correzione. Ciascuno di questi cambi comportò restauri e interventi che danneggiarono in maniera irreversibile la struttura, accelerandone il degrado. L’arrivo di Napoleone affrettò il processo: il complesso divenne “Campo di Marte” prima e “Campo della Federazione” poi, sede di manifestazioni e celebrazioni di varia natura. La chiesetta venne riconvertita in polveriera e successivamente, con l’intervento di Piermarini (il valente architetto già incontrato qui ) , in tempio pagano, ribattezzato Altare della Patria: la cupola fu eliminata per fare posto a un tripode per bruciare l’incenso e l’altare venne sostituito con una statua della Libertà. La cacciata dei Francesi e il ritorno degli Austriaci nel 1814 vide la riconversione delle stanze del complesso in botteghe di artigiani e conciaioli, aperte verso corso Loreto: il giardino divenne sede di orti mentre l’acqua della roggia venne usata per lavare le merci. Il tempio venne chiuso con mura da ogni lato e di nuovo riconvertito a usi diversi: tra gli altri polveriera, fienile e ghiacciaia. Nel 1844 diverse celle diventarono abitazioni di fortuna, accelerando ulteriormente il degrado della struttura. Contemporaneamente il fossato lungo tutto il lato di Corso Buenos Aires e parte di via Vittorio Veneto venne ricoperto e le stanze lungo quei lati vennero affittate a negozi, consentendo l’apertura di vetrine e accessi lungo le due strade. Ma evidentemente il degrado non era sufficiente e così nel 1857 le autorità ebbero la brillante idea di farlo attraversare da un bel viadotto delle Ferrovie dell’Alta Italia che scalvava le arcate rinascimentali lungo l’attuale viale Tunisia, unendo la stazione di Porta Tosa con la Stazione Centrale in fase di costruzione. Nel 1880 il complesso del Lazzaretto venne messo all’asta e acquistato l’anno successivo dal Banco di Credito Italiano dando inizio a lavori di demolizioni che durarono 5 anni. In quell’occasione la chiesa divenne proprietà della vicina parrocchia di Santa Francesca Romana e soggetta ad una serie di interventi di restauro. Nel centenario della morte di San Carlo, la chiesa riconsacrata venne dedicata a San Carlo Borromeo.


I RESTI DEL LAZZARETTO

Dell’antico complesso sono rimaste solo cinque stanze complete di finestre, archi e colonne che dal 1974 sono di proprietà della Chiesa ortodossa greca di via San Gregorio. La chiesetta voluta da San Carlo Borromeo (oggi a lui intitolata) si trova invece al centro di largo Bellintani. Altri tratti si salvarono dalla distruzione in quanto acquistati da privati cittadini come ornamento delle proprie abitazioni: un esempio è villa Bagatti-Valsecchi a Varedo (MB). Alcuni dei negozi inaugurati nel quartiere sorto al posto del Lazzaretto sono ancora presenti: un esempio è la Cappelleria Mutinelli aperta nel 1888 all’angolo tra Corso Buenos Aires e via Palazzi, facilmente distinguibile dall’insegna in ferro battuto e un fregio per orologio. Analogamente in via Castaldi è ancora in esercizio l’Antica Farmacia del Lazzaretto che ha iniziato la propria attività nel 1750 proprio all’interno del perimetro del ricovero e gestita dal 1905 dal dottor Germani che diventò uno dei primi industriali farmaceutici di Milano.

IL LAZZARETTO NEI PROMESSI SPOSI

È nel famoso capitolo XXXV che il Lazzaretto entra nell’opera, diventando il protagonista e lo spazio della narrazione manzoniana: è infatti qui che Renzo, giunto a Milano, va in cerca della sua Lucia, dopo aver saputo del suo ricovero nella struttura. La penna di Manzoni è magistrale nel tratteggiare le cupe atmosfere del lazzaretto, tra i malati agonizzanti, i cadaveri portati via su carri, bambini in fasce che vengono allattati dalle balie o dalle capre. E in fondo, non poteva che avvenire qui l’ultimo incontro tra Renzo e Don Rodrigo: un Don Rodrigo ormai in vita, ben diverso dall’arrogante e dispotico signorotto degli inizi del romanzo. Il confronto tra i due contendenti è intenso e drammatico e culmina con il perdono da parte di Renzo, mosso da quella carità cristiana che aleggia sull’intero romanzo. E sempre il Lazzaretto è il luogo di un altro ultimo incontro, quello con padre Cristoforo, il frate cappuccino confessore di Lucia: proprio in questo luogo di sofferenza e morte, padre Cristoforo ridarà una luce di speranza ai due giovani, sciogliendo il voto di castità che Lucia aveva pronunciato la notte in cui era prigioniera al castello dell’innominato. La notizia della sua morte a causa della peste verrà data a Lucia dagli altri cappuccini del lazzaretto. L’ultima immagine del Lazzaretto è un’immagine di speranza: Renzo e Lucia infatti lasciano il lebbrosario proprio quando inizia il temporale che pone fine a una lunga siccità e coincide con l’inizio dello scemare dell’epidemia.

“S’immagini il lettore il recinto del lazzaretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; e su tutto quel quasi immenso covile, un brulichìo, come un ondeggiamento; e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi”. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXV


Per approfondimenti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lazzaretto_di_Milano

By |2021-11-12T08:47:38+01:00Novembre 12th, 2021|News|